17 Set

Ansia e danni cerebrali.

  • Posted by Davide Boraso
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  • ansia, benessere personale, consapevolezza, decadimento cognitivo

Spesso si scherza sui problemi d’ansia ed agitazione che affliggono gran parte della popolazione occidentale, ma la situazione sembra essere piuttosto preoccupante secondo le ultime ricerche che metterebbero in relazione ansia e danni cerebrali.

L’ansia e danni cerebrali sembrano correlare in alcune situazioni specifiche. Nuove ricerche mettono in luce i danni che subirebbe il cervello, se sottoposto per periodi frequenti, ad agitazione ed angoscia.

L’ansia è un fenomeno normale di cui tutti facciamo esperienza molto spesso nella vita, seppure in misura e con frequenza variabile. E’ una dimensione inevitabile del vivere umano con cui è necessario confrontarsi quotidianamente.

La sua funzione è di predisporre il nostro corpo e la mente ad affrontare con efficacia un ipotetico pericolo. Il battito cardiaco aumenta, viene impedita la digestione causando la fastidiosa “morsa” allo stomaco, i muscoli si tendono per permettere la fuga o l’attacco verso il pericolo.

L’ansia intensa determina uno straordinario consumo di energia, ma al nostro organismo non interessa perchè sta provando a sopravvivere. Una volta che il pericolo sarà cessato, il nostro organismo si dedicherà al recupero dallo sforzo.

Tuttavia capita sempre più spesso a molti di noi, che lo stato d’ansia perduri nel tempo, e ci costringa a trascorrere settimane o mesi tormentati e angoscianti. Ciò può costituire un grave problema per la nostra salute psichica, ma non solo, stando a quanto scoperto recentemente da alcuni ricercatori americani.

Nel 2015 in un articolo di Pektus (Pektus e al. 2015), pubblicato sulla rivista Alzheimer’s & Dementia, ricercatori dell’Università della California hanno messo in luce che persone con alto livello di ansia costante durante la vita, avessero un rischio significativamente più alto, di sviluppare demenze in età avanzata rispetto a chi ha mantenuto i propri livelli d’ansia su standard più contenuti.

I risultati sono basati su una ricerca piuttosto corposa, della durata di 28 anni che ha coinvolto un campione di 1.082 gemelli (monozigoti e dizigoti) svedesi facenti parte di un progetto supervisionato dal Karolinska Institutet in Svezia.
I gemelli sono stati seguiti durante la vita e valutati ogni tre anni utilizzando diversi questionari per l’ansia e danni cerebrali.

Alcune precedenti ricerche avevano esplorato il legame tra demenze e variabili psicologiche, concentrandosi però prevalentemente sulla depressione. Quest’ultima sembra avere un collegamento importante con la demenza, per cui i sintomi depressivi protratti nel tempo e non trattati, possono aumentare il rischio di sviluppare declino cognitivo.

Il presente studio è però il primo a sostenere che il collegamento ansia-demenza possa essere indipendente dal ruolo di altri fattori psicologici di rischio, arrivando a suggerire dunque che non solo i sintomi depressivi ma anche livelli importanti d’ansia possono aumentare il rischio di demenza.

“L’ansia è un costrutto che, nei soggetti anziani, è stato relativamente poco studiato rispetto alla depressione” ha sostenuto Andrew Petkus, principale autore dello studio. “La depressione presenta una sintomatologia più grave e allarmante ma ha un andamento episodico. L’ansia, invece, tende ad essere cronica durante la vita, spesso infatti le persone tendono a parlarne come una parte della loro personalità”.

All’interno dello studio ai partecipanti è stato chiesto di segnalare il proprio livello d’ansia. I risultati mostrano che il gemello che aveva sviluppato sintomi di demenza aveva provato nel tempo una quantità di ansia più elevata rispetto al gemello che non aveva registrato disturbi neurologici. Ciò era valido anche quando i livelli d’ansia non raggiungevano un livello per cui fosse possibile diagnosticarla come disturbo psicopatologico.

Nello specifico, i soggetti con ansia che in seguito hanno sviluppato demenza sono coloro che negli anni avevano descritto più sintomi “usuali” di ansia, ha spiegato Margaret Gatz, docente di psicologia alla USC e supervisore della ricerca. “Si tratta di persone che funzionano normalmente ‘ad alto livello di ansia’ ” ha aggiunto “Sempre irrequieti, ansiosi, frenetici, esausti”.

Aggiunge il dottor Petkus, che chi ha alti livelli di ansia tende ad avere anche livelli elevati di ormoni dello stress, tra cui il cortisolo. Vi sono evidenze che livelli cronicamente alti di cortisolo possano danneggiare diverse aree del cervello come l’ippocampo che ha funzioni di archivio di memorie e la corteccia frontale, responsabile di funzioni cognitive di alto livello, come la capacità di apprendere e sviluppare ragionamenti complessi.

Sempre più ricerche concordano che mantenere livelli d’ansia bassi costituisca sia un indicatore di benessere momentaneo, ma anche un buon modo per prevenire disturbi seri in età avanzata.

Oggi, fortunatamente grazie alle scoperte in campo neuropsicologico non siamo più costretti a convivere con l’ansia; infatti i trattamenti risultano essere sempre più efficaci e personalizzabili, trasformando la sintomatologia ansiosa solamente in un brutto ricordo.

Davide Boraso
Psicologo – Psicoterapeuta
Terapeuta EMDR e MindfulnessBCT.

 

Bibliografia

Petkus A., e al. – Anxiety is associated with increased risk of dementia in older Swedish twins   April 2016 Volume 12, Issue 4, Pages 399–406

Giannantonio M., Lenzi S., – Il Disturbo di Panico Psicoterapia cognitiva, ipnotica, EMDR
Ed.Raffaello Cortina 2009